venerdì 30 marzo 2007

La settimana prima di Pasqua

foto di ValeriaYOU da Flickr

La settimana prima di Pasqua a casa mia si erano già accumulate enormi ceste di uova. Le uova erano una risorsa, e solo a Pasqua non venivano vendute, per dedicarle alla preparazione delle torte tradizionali.

La settimana prima di Pasqua, in una famiglia del sud, le donne sono affaccendate. Bisogna procurarsi l’ammoniaca per i biscotti, il lievito naturale per il pane, la verdura per la pizza, il formaggio per il ripieno, il prosciutto per salare.

La settimana prima di Pasqua, si saltava la scuola il venerdì per infornare l’impasto della mattina presto, con tutti quei profumi e quella allegra “costrizione”, quella inevitabile tradizione, che se me lo avessero detto che l’avrei perduta…

Quando le cose le fai perché devi non hanno lo stesso sapore, darei qualsiasi cosa ora per mettermi a fare la pastiera, per rompere cento uova, per vedere mia nonna col suo “maccaturo” legato in testa, e sbattere e sbattere il bianco sbuffando, finché la forchetta non ci sta dritta dentro.

Avremmo ricoperto di glassa i taralli bolliti, e poi sgranellato zucchero colorato in cima. Non mi sono mai piaciuti, ma adesso morirei per un pezzetto.

Vivo questa settimana di vigilia con una normalità spossante. Ci sono tre uova marchiate di rosso nel frigo e piccoli ovetti di cioccolata del discount sul tavolo, la macchina non parte e forse non arriveremo in Campania.

Mi sforzo di dire che quella è casa dei miei genitori, “andiamo a casa di mamma” dico, anche se il mantra recita “a casa mia”…non vedo l’ora ma so che starò ancora peggio dopo averlo fatto, dopo aver visto come tutto è cambiato, visto che non sono più una bambina, che sono libera di andarmene, che ho un marito, e una famiglia mia.

Tutto è cambiato, mia nonna non mi riconosce, non la odio neanche più come prima; di mio nonno sappiamo tutto; l’altro è morto, l’altra non impasta più i taralli perché il braccio le fa male.

Eppur mia madre mi aspetta per la pizza con l’erba, e le ho detto di farla senza di me, e ci sto male, dovrei dirle di aspettare, che chiederò le ferie per poterlo fare, che passerò dieci ore in macchina per poterlo fare, che non riposerò per poterlo fare, perché alla fine mi resterà il ricordo di noi due, col maccaturo legato in testa, con le mani in pasta, a scatenare almeno uno dei profumi di tanti anni fa…

Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente,

e quello che oggi vale ancora poco (Erri De Luca).

2 commenti:

Kkienn ha detto...

...come ti capisco.
Ogni tanto sbircio di sottecchi la colomba da viaggio (dovresti vederla: una colomba piccola piccola, monoporzione) che mia madre mi ha lasciato prima di partire "che sennò che trisssshtezza una pasqua senza colomba"
e poi quei calzini che lei ha indossato e che odorano del suo bucato (non sono mai riuscita a ricrearlo quell'odore e ora sono dall'altra parte del mondo e inizio a dimenticarlo).
Non so se mangerò la colomba, probabilmente la offrirò a chi qui mi ama molto per portare nelle loro pance un pò di quel sapore che mi ha cresciuto, probabilmente la lascerò ammuffire nella stessa busta con scritto Roma con cui me l'ha portata di dono,
non so se metterò mai quei calzini.
che voglio solo che non sparisca con il tempo quell'impronta unica che lascia mia madre su ogni cosa che tocca.

Kkienn ha detto...

...alla fine ho mangiato la colomba condividendola con la mia altra famiglia ed ora mi sento più forte.
Alla fine ho indossato i calzini e ho passi più potenti.
ti voglio bene, sempre e spero che tu abbia potuto scendere sud, a casa.